Su LinkedIn nascono domande ricorrenti nei vari gruppi.
Ecco una delle solite domande a cui nessuno riesce a dare una risposta. Qui per risposta io intendo qualcosa che sia verosimilmente cosciente delle cause intime e provvida di possibili soluzioni. Gli osservatori di macrofenomeni e i trasvolatori atlantici servono poco.
Orbene la questione è: perché un ottimo tecnico in un dipartimento di un'azienda quando viene promosso a manager spesso diventa assolutamente imbecille? al di là del famoso "Principio di Peter" provo a scribacchiare qualche osservazione.
Per carità, non tocchiamo i tecnici!
Al di là della facile risposta che un tecnico è un tecnico e un manager è un manager, vediamo di capire un po' meglio cosa accade nella mente di un tecnico, cosa accade nella mente di un manager, cosa è accaduto nella distorta mente del manager che ha pensato di promuoverlo, cosa accade nella mente di tutti quelli che non capiscono perché gli altri sono diversi (praticamente dell'umanità intera).
Il Meccano
Un tecnico è un adulto che gioca ancora al "Meccano". Il Meccano ha regole più o meno complicate, ha molti componenti e molti dispositivi a disposizione; la fantasia può spaziare liberamente tra i vari oggetti e costruire insiemi più o meno complessi per ottenere più o meno fantastici risultati.
Dall'altro lato si possono avere problemi più o meno complessi e si può saperli analizzare dal punto di vista dello scopo, dal punto di vista della progettazione, dell'organizzazione, dal punto di vista dell'utente, da quello del committente, da quello del risolutore etc. ma ci sono sempre regole, sempre fili logici che guidano l'operato.
Insomma il mondo di un tecnico è sicuramente deterministico a complessità X.
L'intelligenza del tecnico gli permetterà di rendere la X grande a suo piacere (se è un buon tecnico) o troppo grande (un pressappochista) o troppo piccola (soluzioni banali).
Orbene il tecnico può muoversi in uno spazio fatto di oggetti che sono stati creati per risolvere problemi: se sa metterli insieme con un ordine logico, risolverà anche lui problemi e potrà diventare un oggetto tecnico all'interno della sua organizzazione
Il Manager
Veniamo ora al manager: il manager ha un diverso incarico. Ha compiti da assolvere e la sua materia prima sono gli uomini (siano essi tecnici o altri manager o altro).
Ma la materia è sfuggevole. Il manager istintivo o comunque preparato conosce molte delle regole di buon funzionamento di un gruppo di uomini, ha imparato come fare eseguire i compiti che di volta in volta sono necessari e, per i manager di un certo livello, la cosa è talmente facile che ritengono questo modo di ottenere le cose essere una prerogativa di tutte le persone capaci.
Spesso i manager hanno anche una innata soggezione per i tecnici di elevato valore: nella loro foga di raggiungere gli obiettivi non si sono mai sentiti in grado di affrontare nello stesso modo e con la stessa dedizione maniacale problemi di elevata complessità come sono in grado di fare i tali tecnici; ne ricavano quindi una percezione di esseri semidivini, di Deus Ex Machina.
Ecco quindi il falso sillogismo: "SE io sono capace di gestire facilmente uomini ET lui è capace di risolvere problemi più complessi di quelli che so risolvere io ERGO lui sarà capace di gestire uomini in modo adeguato" che è solo apparentemente corretto ma sicuramente è drammaticamente dannoso.
Un altro falso sillogismo può trarre in inganno il manager: "SE io sono stato capace di imparare a gestire persone, ET ci sono riuscito in un tempo abbastanza breve, ERGO persone sufficientemente intelligenti, saranno capaci di fare altrettanto".
Historiam, magistram vitae, nemo leget
Se analizziamo con attenzione la storia di ogni azienda, io credo che troviamo molti casi di manager defunti prematuramente (dimissioni, licenziamenti, esaurimenti nervosi, etc.). Ma di questi la storia ufficiale non riporta e soprattutto non viene tenuta in debito conto da manager di successo (manager ovviamente privi di una visione anche storica di un processo di management): costoro non si rendono probabilmente conto che c'è sempre in atto una selezione darwiniana della specie e che i morti vengono presto dimenticati a favore dei successi dei vivi.
Ma le aziende non hanno modo di riciclare le ossa e recuperare materia organica dispersa al suolo da un tecnico trasformato in manager e prematuramente defunto. Il danno in questo caso è grande.
Le aziende prediligono e necessitano di forme di evoluzione biologica più Lamarkiane: creano gli organi in relazione alle funzioni e se il sistema di organi è fallimentare, anche tutto l'organismo rischia la morte. Quindi è bene cambiare paradigma e non affidarsi alla naturale sopravvivenza del più adatto.
Cosa fare?
Il tecnico vive in un mondo deterministico che è fatto di regole che se non sono note, sono sicuramente rintracciabili. Vuoi mettere che senso di sicurezza dà tutto ciò?
Chi gestisce uomini vive in un mondo che tutto ha salvo anche la minima traccia di determinismo.
Cosa ha fatto propendere un tecnico a scegliere di diventare un tecnico? Ma è ovvio: il fatto di muoversi in un mondo che può stare sotto il suo controllo.
Come può un tecnico accettare di vivere in un mondo non deterministico? Questo è molto complesso. Ma anche l'indeterminatezza ha le sue regole e soprattutto ha una sua sfida, quella di imparare a percepire le regole in un modo nuovo. Se un carcerato dell'isola di Pianosa viene liberato dopo avervi trascorso vent'anni, la sua reazione sarà (e la storia lo conferma) quella di cercare di restare ancorato al suo scoglio dove ormai conosce tutti gli anfratti. Si rifiuterà di andare a terra ed entrare in un mondo di cui non conosce alcun aspetto. Il tecnico in genere ha un vantaggio sul carcerato di Pianosa (per fortuna almeno una dote l'ha!): se è un buon tecnico è curioso! E la sua curiosità può fornire un buon punto di partenza per imparare regole nuove.
Ovvio che non gli si può lasciare fare esperimenti su cavie umane, ma può essere sicuramente condotto attraverso l'esplorazione delle reazioni umane con uno spirito di curiosità e di scoperta, ad esempio col Coaching. Con tale approccio (che ho utilizzato personalmente per aiutare persone che avevano difficoltà di relazione con il mondo esterno) si possono mettere in movimento tutti i meccanismi più virtuosi di questo povero e disprezzato tecnico che, prelevato dalla sua gabbietta dove allegramente correva ogni giorno con solerzia sulla sua ruota, era ignaro del mondo esterno dove qualche animale da preda (il manager che stava decidendo del suo futuro) lo avrebbe in breve lasciato esposto a pericoli di ogni sorta e dove la lotta per la sopravvivenza sarebbe stata ben più ardua: qualcuno stava tramando contro di lui!
Il Coaching
Se il manager non riesce a vedere le difficoltà di partenza e non riesce a istituire per il suo tecnico una idonea terapia di coraggio e fiducia nelle proprie armi, il rischio di sopravvivenza del tecnico è basso. Ma sull'altro fronte il danno prodotto dal manager ha un costo.
Questo costo è difficilmente computabile. Se è individuabile - l'errore può essere rilevato, ma il più delle volte è caricato a danno del malcapitato che se ne va - può comunque lasciare il manager in piedi: se è capace di ottenere redditività su altri fronti, il complesso delle sue operazione segna sicuramente punti positivi e questo lo pone in una botte di ferro. Ma questa botte di ferro può trasformarsi in quella di Attilio Regolo.
Perché un'azienda deve sopportare di avere delle voci negative e dei disastri umano-tecnologici per non istituire una adeguata misura preventiva in casi come questi?
Rendere un tecnico manager non è facile, ma non è impossibile. Alcuni esperti di HR ritengono che un tecnico deve rimanere a fare il tecnico: li scuso, sono dei tecnici delle HR e sanno perfettamente come si gestiscono i protocolli e i dispositivi delle HR e sicuramente nel loro manuale di istruzione non c'è la voce: "Come cambiare configurazione ad un tecnico".
Per cambiare un tecnico in manager si parte comunque dall'uomo, da chi è come persona e da cosa sa fare come persona. Quando di lui si vede solo il ruolo e le aree di competenza da coprire, si compiono errori vuoi di pressappochismo o vuoi di immobilismo se si lascia che nulla accada.
Proviamo magari a cercare il manuale per la riconfigurazione di un tecnico e se non lo troviamo ricordiamoci di nuovo che lui è innanzitutto un Uomo. Forse da lì possiamo partire.
Ma possiamo anche ricordarci pure che alla macchinetta del caffè ognuno torna ad essere uomo e, dell'umanità alla macchinetta del caffè, ognuno conosce le regole.
Bene si potrebbe cominciare dalla macchinetta del caffè!
Pensare non è un compito facile: come funzione si è attivata automaticamente praticamente a tutti, sapere come funziona il processo può essere spiegato in corsi più o meno approfonditi, saperlo gestire per fargli dare il meglio di sé, richiede attenzione e molta diffidenza, soprattutto verso ciò che, in quanto esseri pensanti, crediamo di aver già capito del sistema stesso.
28 ott 2010
Can a HR manager limit his/her job to just enforcing company rules in recruitment?
(This post is a continuation of a previous)
I suggest managers to consider that is not honest to filter workers based on employment state, those days this one is a feature not always belonging to the person!
Then are we sure that all we have to do is just to apply rules that somebody else has done in other moments and other economical periods?
Are we sure that our skills are just to look that the candidate's features fit into our rules?
Isn't that a realy flat job for a specialist in HR (H means Human!!!).
Are we sure that we are able to understand Humans and to take into account the other side of the problem, their side?
How can a person that had troubles help my company to improve reactivity, adaptation and other skills that in my company are maybe low?
Sorry but I firmly believe that academic discussions help you to continue your job day after day and to preserve you from discussing within yourself about what you do and what you think!
Rules preserve peoples from using their mind.
You cannot go against rules in your company? You can try to change rules or better to improve rules fitting into rules new situations not belonging to the past!
If your company doesn't fit the present and the future in their rules, your company can be the next to produce unemployed peoples. What about you then?
Think back a way to fit all those: Honesty - never forgetting that the first level value for a mother is to feed her kids and, I guess, your first level too! - unemployed peoples, your company wealth, ethics of your company toward society before your company requires it from society (never forget: before you give, then you receive!), your boss, your skills, your mediation skills and your inner world that you have never to give away or up!
Be the best advisor for your company from inside too!
Rules permit you not to be engaged too much in your job. Does engagement be a value in your company and a "must" for peoples your company hires?
I suggest managers to consider that is not honest to filter workers based on employment state, those days this one is a feature not always belonging to the person!
Then are we sure that all we have to do is just to apply rules that somebody else has done in other moments and other economical periods?
Are we sure that our skills are just to look that the candidate's features fit into our rules?
Isn't that a realy flat job for a specialist in HR (H means Human!!!).
Are we sure that we are able to understand Humans and to take into account the other side of the problem, their side?
How can a person that had troubles help my company to improve reactivity, adaptation and other skills that in my company are maybe low?
Sorry but I firmly believe that academic discussions help you to continue your job day after day and to preserve you from discussing within yourself about what you do and what you think!
Rules preserve peoples from using their mind.
You cannot go against rules in your company? You can try to change rules or better to improve rules fitting into rules new situations not belonging to the past!
If your company doesn't fit the present and the future in their rules, your company can be the next to produce unemployed peoples. What about you then?
Think back a way to fit all those: Honesty - never forgetting that the first level value for a mother is to feed her kids and, I guess, your first level too! - unemployed peoples, your company wealth, ethics of your company toward society before your company requires it from society (never forget: before you give, then you receive!), your boss, your skills, your mediation skills and your inner world that you have never to give away or up!
Be the best advisor for your company from inside too!
Rules permit you not to be engaged too much in your job. Does engagement be a value in your company and a "must" for peoples your company hires?
27 ott 2010
Ma la Fiat ha veramente approfittato dell'Italia?
Radio 24: Oscar Giannino parla di Marchionne
Ci stavo pensando proprio stasera, venivo verso casa e ascoltavo radio24: è sempre interessante. Le opinioni sono molte e con molte di esse non concordo, come del resto è giusto.
Un discorso mi è rimasto infisso nel cervello: quello a proposito del preteso ladrocinio perpetrato dalla Fiat ai danni del popolo italiano negli anni d'oro della contestazione.
La riconoscenza mancata della Fiat
In molti hanno affermato che la Fiat dovrebbe essere riconoscente allo stato per i miliardi che ha ricevuto sotto forma di Cassa integrazione, finanziamenti, incentivi etc. Ok è vero, la Fiat ha ricevuto dai governi che si sono succeduti, miliardi su miliardi e inoltre ha avuto il permesso di mandare gli operai in esubero in cassa integrazione.
Ma qui sta il punto. La cosa in realtà non ha fatto comodo alla Fiat, nel senso che non è la Fiat ad aver voluto gli operai in cassa integrazione, in altri paesi nello stesso periodo di tempo o si licenziava o al massimo c'era il sussidio di disoccupazione per qualche mese, poi il lavoratore doveva trovare una nuova occupazione altrimenti si sarebbe ritrovato senza alcun reddito nel giro di 6-9 mesi o forse meno.
Dunque, dicevamo: i vari finanziamenti per agevolare le vendite, la cassa integrazione lavoro etc. non erano misure che facevano comodo alla Fiat, che avrebbe sicuramente licenziato gli esuberi (magari anche con il preavviso o altra forma di ammortizzatore aziendale) ma facevano comodo al governo eletto (il centro sinistra) e ai sindacati.
In effetti, se la Fiat avesse potuto licenziare, lo stato avrebbero "solo" dovuto fronteggiare una semi sommossa: eravamo in anni caldi! Tutto questo, data la situazione e dato l'allineamento politico dei partiti al governo in quell'epoca, non si poteva fare e quindi il tutto era stato rinviato a una generazione da destinarsi (la nostra dai 57 anni in giù: io ne ho 53) e distribuito come costo collettivo, per evitare agitazioni pericolose per il colore dell'epoca.
Ma chi lo ha voluto?
Quindi, non veniamo ad inventarci che la Fiat desiderava e sfruttava la Cassa integrazione: la Fiat avrebbe volentieri fatto completamente a meno dei lavoratori in esubero. Punto e basta. Chi avrebbe poi dovuto vedersela con i lavoratori incavolati, avrebbe poi dovuto rispondere della situazione.
Allora la scelta dei governi e dei sindacati dell'epoca è stata quella di ingabbiare la Fiat e obbligarla a tenersi tutti gli esuberi a bordo, anche se costituivano un peso rilevante sul bilancio aziendale.
Se aveste dovuto mantenere a vostre spese tutte le persone che hanno lavorato in casa vostra, chessò, l'idraulico, l'elettricista, la colf che non potete più permettervi, l'imbianchino che vi ha rinfrescato la casa, e dovete tenerveli per legge anche se non avete più bisogno dei loro servigi, voi come sareste ridotti? Che cosa chiedereste al mondo politico, tenendo conto che tutta questa gente che state mantenendo non sta facendo nessun lavoro per voi, ma li state solo pagando; anzi evitate di farli lavorare perché dovreste anche pagare la vernice, l'elettricità, i materiali che si devono usare etc. Sicuramente sareste disperati e incavolati come delle bestie e chiedereste che qualcuno vi aiuti a mantenerli.
È esattamente quello che la Fiat ha fatto! Ha detto: "Visto che non posso licenziare nessuno, tu caro governo, mi dai una mano a supportare tutta questa gente che io non so come impiegare".
Da lavoratori a salariati
Oltre a tutto, in un clima quale quello di quel tempo, la motivazione generale delle persone che lavoravano in Fiat era sicuramente molto bassa e la fantasia nella progettazione scarsa. La produzione di modelli nuovi non era certo la priorità durante quel periodo nero degli anni '80 e '90 e la situazione cambiò tutti, compresi i designer che, in attesa anche loro di una possibile cassa integrazione, erano più concentrati sulla loro sitazione che su voli pindarici di fantasia. In tale clima nasce spesso un revanscismo contro l'azienda che si manifesta con un indebito diritto di sentirsi liberi di svolgere il proprio lavoro in modo meccanico, senza immettere alcuno sforzo supplementare. Tutto il resto, fino ad oggi, è storia e quanto l'Italia sia concorrenziale con i suoi strangolanti e depauperanti vincoli sociali, ormai lo sappiamo molto bene.
Tutto questo non è imputabile alla Fiat, questo è imputabile a quell'avvelenato clima sociale, nato all'epoca ma che ancora permane oggi, che condiziona chi lavora nei riguardi della proprietà, e questo non è solo in casa Fiat.
L'Italia è ormai una repubblica fondata sullo stipendio
.
Ci stavo pensando proprio stasera, venivo verso casa e ascoltavo radio24: è sempre interessante. Le opinioni sono molte e con molte di esse non concordo, come del resto è giusto.
Un discorso mi è rimasto infisso nel cervello: quello a proposito del preteso ladrocinio perpetrato dalla Fiat ai danni del popolo italiano negli anni d'oro della contestazione.
La riconoscenza mancata della Fiat
In molti hanno affermato che la Fiat dovrebbe essere riconoscente allo stato per i miliardi che ha ricevuto sotto forma di Cassa integrazione, finanziamenti, incentivi etc. Ok è vero, la Fiat ha ricevuto dai governi che si sono succeduti, miliardi su miliardi e inoltre ha avuto il permesso di mandare gli operai in esubero in cassa integrazione.
Ma qui sta il punto. La cosa in realtà non ha fatto comodo alla Fiat, nel senso che non è la Fiat ad aver voluto gli operai in cassa integrazione, in altri paesi nello stesso periodo di tempo o si licenziava o al massimo c'era il sussidio di disoccupazione per qualche mese, poi il lavoratore doveva trovare una nuova occupazione altrimenti si sarebbe ritrovato senza alcun reddito nel giro di 6-9 mesi o forse meno.
Dunque, dicevamo: i vari finanziamenti per agevolare le vendite, la cassa integrazione lavoro etc. non erano misure che facevano comodo alla Fiat, che avrebbe sicuramente licenziato gli esuberi (magari anche con il preavviso o altra forma di ammortizzatore aziendale) ma facevano comodo al governo eletto (il centro sinistra) e ai sindacati.
In effetti, se la Fiat avesse potuto licenziare, lo stato avrebbero "solo" dovuto fronteggiare una semi sommossa: eravamo in anni caldi! Tutto questo, data la situazione e dato l'allineamento politico dei partiti al governo in quell'epoca, non si poteva fare e quindi il tutto era stato rinviato a una generazione da destinarsi (la nostra dai 57 anni in giù: io ne ho 53) e distribuito come costo collettivo, per evitare agitazioni pericolose per il colore dell'epoca.
Ma chi lo ha voluto?
Quindi, non veniamo ad inventarci che la Fiat desiderava e sfruttava la Cassa integrazione: la Fiat avrebbe volentieri fatto completamente a meno dei lavoratori in esubero. Punto e basta. Chi avrebbe poi dovuto vedersela con i lavoratori incavolati, avrebbe poi dovuto rispondere della situazione.
Allora la scelta dei governi e dei sindacati dell'epoca è stata quella di ingabbiare la Fiat e obbligarla a tenersi tutti gli esuberi a bordo, anche se costituivano un peso rilevante sul bilancio aziendale.
Se aveste dovuto mantenere a vostre spese tutte le persone che hanno lavorato in casa vostra, chessò, l'idraulico, l'elettricista, la colf che non potete più permettervi, l'imbianchino che vi ha rinfrescato la casa, e dovete tenerveli per legge anche se non avete più bisogno dei loro servigi, voi come sareste ridotti? Che cosa chiedereste al mondo politico, tenendo conto che tutta questa gente che state mantenendo non sta facendo nessun lavoro per voi, ma li state solo pagando; anzi evitate di farli lavorare perché dovreste anche pagare la vernice, l'elettricità, i materiali che si devono usare etc. Sicuramente sareste disperati e incavolati come delle bestie e chiedereste che qualcuno vi aiuti a mantenerli.
È esattamente quello che la Fiat ha fatto! Ha detto: "Visto che non posso licenziare nessuno, tu caro governo, mi dai una mano a supportare tutta questa gente che io non so come impiegare".
Da lavoratori a salariati
Oltre a tutto, in un clima quale quello di quel tempo, la motivazione generale delle persone che lavoravano in Fiat era sicuramente molto bassa e la fantasia nella progettazione scarsa. La produzione di modelli nuovi non era certo la priorità durante quel periodo nero degli anni '80 e '90 e la situazione cambiò tutti, compresi i designer che, in attesa anche loro di una possibile cassa integrazione, erano più concentrati sulla loro sitazione che su voli pindarici di fantasia. In tale clima nasce spesso un revanscismo contro l'azienda che si manifesta con un indebito diritto di sentirsi liberi di svolgere il proprio lavoro in modo meccanico, senza immettere alcuno sforzo supplementare. Tutto il resto, fino ad oggi, è storia e quanto l'Italia sia concorrenziale con i suoi strangolanti e depauperanti vincoli sociali, ormai lo sappiamo molto bene.
Tutto questo non è imputabile alla Fiat, questo è imputabile a quell'avvelenato clima sociale, nato all'epoca ma che ancora permane oggi, che condiziona chi lavora nei riguardi della proprietà, e questo non è solo in casa Fiat.
L'Italia è ormai una repubblica fondata sullo stipendio
.
Can unemployed worker lie just about his/her unemployed state to get a job?
The question
I have read a lot of comment blaming the behavior of a women unemployed for six months with three kids, having good references from previous managers, who, to compete in the struggle for a job, lied about her unemployment state; being currently employed was a requirement from the new employer and many HR manager participating in the blog were offended by the behavior of this lady so I decided to explain my opinion, that is:
My opinion
I guess that, as many of you work as HRs in the same country and need to maintain your reputation as much conventional as possible, none of you dare to affirm that being in the opposite side of the question - i mean having three kids to feed and being unemployed - you would lie for sure being unemployed. The problem is not about lies. The problem of this long question is that you need to present yourself as incorruptible man/woman.
I suggest you to go read once again Oliver Twist or other novels from XIX century that your heart has maybe forgotten.
Initiative is a Crime
More: what is initiative here (if you have sales man in your company I guess that they maybe lie to enter into a prospected company and you will never think to set out them from your company by the cause of that!) is miss portrayed with the lie of pretended honesty. Working is a right and, in those days, filtering peoples depending on employment status is a Crime Vs Human beings. Some of you are judging peoples that belongs to another planet. How afar is that discrimination from those in the past, when black peoples were judged not worth of being considered human beings? The step is not so afar in between!
I blame all amongst you that put the question afar from the right to get a job into the blame for lying!
Then, how many companies lie about their position in the market, lie about the job, use recruiting for stealing infos from competitors and so on? What about that? who is the worst?
So, do not act as angels, when we are not!
You maybe need more work for checking those unemployed, but your mission is to increase the general heath and wealth also, I guess.
Finally if you do not take any risk in your job what are you worth of? just to rasp tons of papers? I suggest your boss to review your earnings to level down to the risk you are able to take. No risk, no money: that is a market rule to day!
My Seat is comfortable
I would emphasize some more things to those amongst us that pretend to say: "I make what my employer asks me: if he asks me to hire only people who are still employed, I will!".
You say: "I'm a serious HR manager", OK I can accept this!
You are a manager and you have responsibilities toward your employer. That is OK: is your job, they pay you for that.
Your boss asks you to filter new workers just amongst employed peoples. OK you can say yes, that is a natural immediate answer!
If your boss is asking you something that is not correct, I suppose you maybe suggest him a better solution to avoid possible mistakes or damages or higher costs or less efficiency.
If you can save money having better results you have to say to your boss!
If your company will accept unemployed peoples, with good references your company maybe can save good money. You have to tell your company!
If you are here, discussing those topics, you know all those very well!
You know that there are plenty of good peoples unemployed, worth of a salary: skilled peoples, very committed, mostly after a period of unemployment.
Good earnings means responsability
Now, if you still think to deserve a good salary, you have to take into account this new opinion about unemployed peoples and to reshape your boss's opinion too!
If you think to make your best for your company you have to make it you can choose either to obey your boss or to present him a better solution. Yet you have to make the best you can!
If you do not do so, you will fail in one of your most important duties: to act as the best advisor for your employer as you can!
If you know that you can propose him good workers amongst unemployed peoples, you have to tell him and to persuade him he was wrong!
Think about! Ask yourself if you are permitted to carry on you job day after day in a flat manner! Sooner o later someone will replace you!
Try not to be Pontius Pilate!
I have read a lot of comment blaming the behavior of a women unemployed for six months with three kids, having good references from previous managers, who, to compete in the struggle for a job, lied about her unemployment state; being currently employed was a requirement from the new employer and many HR manager participating in the blog were offended by the behavior of this lady so I decided to explain my opinion, that is:
My opinion
I guess that, as many of you work as HRs in the same country and need to maintain your reputation as much conventional as possible, none of you dare to affirm that being in the opposite side of the question - i mean having three kids to feed and being unemployed - you would lie for sure being unemployed. The problem is not about lies. The problem of this long question is that you need to present yourself as incorruptible man/woman.
I suggest you to go read once again Oliver Twist or other novels from XIX century that your heart has maybe forgotten.
Initiative is a Crime
More: what is initiative here (if you have sales man in your company I guess that they maybe lie to enter into a prospected company and you will never think to set out them from your company by the cause of that!) is miss portrayed with the lie of pretended honesty. Working is a right and, in those days, filtering peoples depending on employment status is a Crime Vs Human beings. Some of you are judging peoples that belongs to another planet. How afar is that discrimination from those in the past, when black peoples were judged not worth of being considered human beings? The step is not so afar in between!
I blame all amongst you that put the question afar from the right to get a job into the blame for lying!
Then, how many companies lie about their position in the market, lie about the job, use recruiting for stealing infos from competitors and so on? What about that? who is the worst?
So, do not act as angels, when we are not!
You maybe need more work for checking those unemployed, but your mission is to increase the general heath and wealth also, I guess.
Finally if you do not take any risk in your job what are you worth of? just to rasp tons of papers? I suggest your boss to review your earnings to level down to the risk you are able to take. No risk, no money: that is a market rule to day!
My Seat is comfortable
I would emphasize some more things to those amongst us that pretend to say: "I make what my employer asks me: if he asks me to hire only people who are still employed, I will!".
You say: "I'm a serious HR manager", OK I can accept this!
You are a manager and you have responsibilities toward your employer. That is OK: is your job, they pay you for that.
Your boss asks you to filter new workers just amongst employed peoples. OK you can say yes, that is a natural immediate answer!
If your boss is asking you something that is not correct, I suppose you maybe suggest him a better solution to avoid possible mistakes or damages or higher costs or less efficiency.
If you can save money having better results you have to say to your boss!
If your company will accept unemployed peoples, with good references your company maybe can save good money. You have to tell your company!
If you are here, discussing those topics, you know all those very well!
You know that there are plenty of good peoples unemployed, worth of a salary: skilled peoples, very committed, mostly after a period of unemployment.
Good earnings means responsability
Now, if you still think to deserve a good salary, you have to take into account this new opinion about unemployed peoples and to reshape your boss's opinion too!
If you think to make your best for your company you have to make it you can choose either to obey your boss or to present him a better solution. Yet you have to make the best you can!
If you do not do so, you will fail in one of your most important duties: to act as the best advisor for your employer as you can!
If you know that you can propose him good workers amongst unemployed peoples, you have to tell him and to persuade him he was wrong!
Think about! Ask yourself if you are permitted to carry on you job day after day in a flat manner! Sooner o later someone will replace you!
Try not to be Pontius Pilate!
10 giu 2010
P.le Gadda - Milano
A volte mi chiedo se sia meglio l'indifferenza
ai propri doveri dei nutturbini partenopei piuttosto dell'incredibile
precisione dei nostri, qui a Milano, che con incredibile e incrollabile
dedizione provvedono alla pulizia dei marciapiedi con quei dispositivi ad aria
soffiata. Già, perché questa operazione avviene alla stessa velocità con cui
una persona persa nei propri pensieri, può camminare per strada, ed il
risultato di questo lento rimuginare è accompagnato da un suono modulato e
ininterrotto di circa 90-100 decibele il tutto verso le 02h40, le due e
quaranta vere, non le 14h40. Ora è estate e se solo si ha un po' d'amore verso
l'ambiente, si preferisce la finestra aperta al condizionatore e tali suoni
penetrano inesorabilmente nelle nostre buone intenzioni. Potreste dire che sono
un insofferente. Ma giusto dieci minuti dopo la fine del primo supplizio, passa
il solito deficiente con una Harley che pensa che la sua scia sonora possa
essere apprezzata dai circostanti.
La zona
ha il suo fascino: P.le Gadda, una toponomastica dell'ultimo secondo, quando
un'amministrazione si accorge di essersi dimenticata di qualche illustre cui
essere per qualche ragione grata. Un po', per dare ragione a mia madre, come la
riconoscenza che Verona ha tributato a Shakespeare.
Ma la
zona è fonicamente molto infestata. Il fratello maggiore di quello passato
trenta minuti fa arriva a vuotare i cassonetti dal vicino supermercato e lo
sgradevole rumore che viene dalle pompe dei sistemi idraulici di sollevamento,
sono un lamento che di notte non si sopporta volentieri. Ma pazienza, è il
supermercato dove andiamo a fare la spesa.
Certo,
lo ripeto, non è un luogo tranquillo ma stasera se sta andando anche bene che
non ci sono cinesi vocianti e che il secondo sulla Harley è stato insolitamente
gentile e veramente poco espansivo subito si ritorna agli standard usuali: vi
sembrerà incredibile, la stazione dei vigili del fuoco, qui vicino in via
Messina, lavora anche di notte; ma dopo la mia pazienza verso i precedenti
cacofoni, volete che me la prenda con loro che percorrono lo stretto budello di
via Bertini a sirene spiegate? O forse era solo un'ambulanza che andava a
soccorrere quelche vecchietta colta dall'ansia.
Ora sono
le 4h e sto scrivendo con lo stilo sul mio palmare. Non fa rumore, solo una
leggera vibrazione ad ogni lettera. Forse è meglio che io approfitti di questa
breve tregua sonora. In mattinata ho un incontro importante: dopo più di un
anno, forse avrò un lavoro serio e continuativo. (Oggi, nel 2012, so che non accadde)
Solo la
mia compagna riesce a dormire senza farsi turbare da questi rumori, lo fa da
oltre vent'anni: "che invidia, ci è abituata" direte voi. No, in
realtà di notte usa i tappi.
Nulla è
come sembra.
3 giu 2010
La questione dei due polli
Non so se durerà molto la pagina linkata essendo edita in televideo; comunque l'autore dell'intervista è un tale Francesco Chyurlia e la vittima (forse inconsapevole dell'esito dell'intervista) il direttore del Censis,Giuseppe Roma.
Una persona, che vorrebbe essere giornalista, durante un intervista al direttore del Censis, a proposito della crisi economica pone una domanda di questo tipo: "Ma i lavoratori non sono diventati più flessibili?" riferendosi alla capacità dell'Italia di superare la crisi e io, non so perché, resto allibito!
Consolare gli afflitti
Questa domanda distribuisce sofferenza e privilegi all'astrazione di una categoria (in questo caso: la categoria lavoratori in generale) estraniandola dagli individui in carne ed ossa che con le loro passioni e con le loro sofferenze vivono. Non chiede quali percentuali di essi siano in una condizione piuttosto che in quella opposta.
È l'antica questione di chi mangia due polli e chi nessuno, molto dibattuta tra chi conosce gli arcani della statistica e chi sicuramente ha due polli sul desco tutti i giorni e si sente appagato del fatto che tutti mangino almeno un pollo.
Cornuti e bastonati
Ignorare tale finezza concettuale significa inconsapevolmente dileggiare chi fa parte della percentuale di singoli che stanno soffrendo oltreché suscitare la loro rabbia: liquidare implicitamente la questione come se privilegi e dolori fossero distribuiti trasversalmente, facendo andare per il meglio, ci racconta la capacità non solo concettuale ma anche linguistica di costui. Il poveretto, essendo un capo servizio nella Rai, ha probabilmente uno stipendio di chi mangia due polli: come può rendersi conto delle condizioni di chi è costretto nella flessibilità? Sicuramente si sente meglio sapendo non soltanto di condividere statisticamente i due polli, ma anche di partecipare statisticamente alla sofferenza della flessibilità.
Come può un'assoluta superficialità e scarsa professionalità come questa, che ritengo non possa essere perdonata nemmeno se il giornalista è 20enne, godere dello status di NON flessibilità = Inamovibilità. Quante altre volte dovremo sentirlo inconsapevolmente deridere chi soffre?
Fame o griffe?
Domande del genere vanno forse bene a proposito della moda, dove si può chiedere se i giovani oggi sono più propensi a cambiare marca o a mantenere sempre le stesse griffe. Ricordo un'intervista a Peter Flower's negli anni '70 fatta da una mia compagna in veste di free lance: il "colui" affermò che i suoi prodotti erano adatti "a giovani che ormai sono diventati contestatori": nonostante avessi 18 anni mi aveva già fatto inorridire allora per la sua vacuità e il blob che era implicito in tale affermazione.
Allora il tizio era scusabile e forse poteva anche essere pertinente.
Oggi la stessa vacuità me la ritrovo riferita ad una sofferenza sociale!
Come sono cambiate le cose!
Una persona, che vorrebbe essere giornalista, durante un intervista al direttore del Censis, a proposito della crisi economica pone una domanda di questo tipo: "Ma i lavoratori non sono diventati più flessibili?" riferendosi alla capacità dell'Italia di superare la crisi e io, non so perché, resto allibito!
Consolare gli afflitti
Questa domanda distribuisce sofferenza e privilegi all'astrazione di una categoria (in questo caso: la categoria lavoratori in generale) estraniandola dagli individui in carne ed ossa che con le loro passioni e con le loro sofferenze vivono. Non chiede quali percentuali di essi siano in una condizione piuttosto che in quella opposta.
È l'antica questione di chi mangia due polli e chi nessuno, molto dibattuta tra chi conosce gli arcani della statistica e chi sicuramente ha due polli sul desco tutti i giorni e si sente appagato del fatto che tutti mangino almeno un pollo.
Cornuti e bastonati
Ignorare tale finezza concettuale significa inconsapevolmente dileggiare chi fa parte della percentuale di singoli che stanno soffrendo oltreché suscitare la loro rabbia: liquidare implicitamente la questione come se privilegi e dolori fossero distribuiti trasversalmente, facendo andare per il meglio, ci racconta la capacità non solo concettuale ma anche linguistica di costui. Il poveretto, essendo un capo servizio nella Rai, ha probabilmente uno stipendio di chi mangia due polli: come può rendersi conto delle condizioni di chi è costretto nella flessibilità? Sicuramente si sente meglio sapendo non soltanto di condividere statisticamente i due polli, ma anche di partecipare statisticamente alla sofferenza della flessibilità.
Come può un'assoluta superficialità e scarsa professionalità come questa, che ritengo non possa essere perdonata nemmeno se il giornalista è 20enne, godere dello status di NON flessibilità = Inamovibilità. Quante altre volte dovremo sentirlo inconsapevolmente deridere chi soffre?
Fame o griffe?
Domande del genere vanno forse bene a proposito della moda, dove si può chiedere se i giovani oggi sono più propensi a cambiare marca o a mantenere sempre le stesse griffe. Ricordo un'intervista a Peter Flower's negli anni '70 fatta da una mia compagna in veste di free lance: il "colui" affermò che i suoi prodotti erano adatti "a giovani che ormai sono diventati contestatori": nonostante avessi 18 anni mi aveva già fatto inorridire allora per la sua vacuità e il blob che era implicito in tale affermazione.
Allora il tizio era scusabile e forse poteva anche essere pertinente.
Oggi la stessa vacuità me la ritrovo riferita ad una sofferenza sociale!
Come sono cambiate le cose!
Solitario: una metafora per affrontare la vita
È strano come si possa capire molto della vita anche da Solitario.
Intendo non uno di quei giochi bellissimi e difficili come Free Cell (fra quelli che conosco, quello che richiede più razionalità), ma bensì "Solitario", quello che ormai accompagna malinconicamente Windows fino dalle sue antiche edizioni 2.0, quello che si gioca per ammazzare il tempo!
Lo giocavo già da bambino e anche quando lo giocavo con le carte, fin da allora lo trovavo stupido, non capivo perché mai mia zia dicesse che era divertente; non trovavo assolutamente nessun gusto nel piazzare al loro posto le carte quando si scoprivano, per poi trovarti dopo due o tre giri di mazzo senza poter più fare alcunché ed avere così sprecato del tempo e delle speranze. Per molti anni l’ho giocato solo quando ero gravemente annoiato e al computer, cioè quasi mai.
Ma come tutte le cose che si imparano da bambini, dipende da come te le insegnano i grandi. In genere per essere alla portata di un bambino, ci vengono insegnate in un modo elementare; poi per tutta la vita siamo costretti a pensare che per risolvere quel tipo di problemi non abbiano altro modo di affrontarle se non quello con cui le abbiamo risolte allora.
Solitario oggi
Ebbene questo Solitario (che scriverò con la lettera maiuscola, perché è il nome con cui è noto dagli informatici anni ‘80) è diventato di recente per me fonte di sorpresa davvero notevole, ora, in età matura, da quando sto imparando a ridiscutere tutto i miei processi mentali ho trovato un nuovo modo di giocarlo e non solo, di alzare la possiblità di risolverlo, da un malinconico 10% dell’infanzia ad un 80-90% di oggi!
Il Caso ha voluto che sul palmare ci fosse il buon vecchio Solitario. In occasione di brevi spostamenti con i mezzi pubblici, mi è capitato di estrarre il mio palmare e di provare a giocarlo: in tali brevi spostamenti non trovavo il tempo per mettermi né a pensare a qualche progetto, né per studiare o leggere qualche pagina. Così impegnavo quei due o tre minuti.
Lentamente, giocandoci, mi sono accorto che alcune mosse che erano per me scontate, in realtà erano ingannevolmente tali: erano solo mosse sbagliate. La facilità con cui si può procedere ad impilare le carte nei posti “legali” è il trabocchetto che è nascosto in questo gioco. Non è sufficiente il fatto che una carte possa essere giocata in un posto in cui può stare perché questa carta sia stata giocata correttamente. Quasi sempre infatti vale un principio molto importante: ogni carta del piano di gioco va posizionata solo quando e se serve.
Curioso! Esattamente l’opposto di come lo avevo sempre giocato.
I simboli della vita
Ogni carta è cioè uno strumento per risolvere il Solitario.
Ogni carta ha un momento piuttosto preciso per essere piazzata e posizionarla senza una ragione può significare occupare una posizione che impedirebbe di scoprire i mazzetti ancora coperti, metafora dell’ignoto che affrontiamo nella vita! Sì, perché mettere una carta del mazzo in una posizione che potrebbe essere usata per una carta che è ancora nei mazzetti coperti significa togliere una possibilità di voltare la successiva provocando una situazione di stallo. Bello!, “le cose facili possono facilmente provocare lo stallo”! Quanta saggezza c’è in questo gioco!
Anche l’ordine con cui si comincia a sistemare le carte quando la tavola è appena stata disposta è importante, ma questo è già più evidente: bisogna privilegiare sempre i mazzetti con il maggior numero di carte coperte. Ridurre la profondità dell'incognito!
Ci sono però dei limiti alla ferrea regola e sono dettati dalla logica. Quando le carte da scoprire sono ancora molte è importante procedere alla scoperta di tutto quello che è possibile, ma quando cominciamo ad avere ancora coperte solo una, due o al massimo tre carte e solo in qualche mazzetto, allora diventa più importante estendere al massimo il piano di gioco.
Cosa intendo?
Per poter facilitare la riuscita del Solitario ho bisogno di scoprire più carte possibile e per fare questo ho bisogno del maggior numero di basi presenti e attive possibili su cui costruire solide colonne. Proprio come nella vita!
Quindi quando ho ormai ridotto a non più di due o tre le carte residue coperte sui mazzetti, cerco di mantenere attive le colonne su cui costruire (come il dieci nero indipendente dal Re Rosso nel caso della figura), per cui è importante che io le mantenga indipendenti e non ceda alla tentazione di impilarle (come potrei fare con il Dieci sul Fante) se non c’è già in gioco l'altra colonna gemella. Se vi cedessi, l’apparente ordine, diverrebbe un collo di bottiglia!
Mi piace sempre di più!
Come in questo caso, se ho Re Donne e/o Fanti che soddisfano le quattro colonne su cui costruire, è bene mantenerli attivi. Se spostassi il dieci, sul fante solo perché c’è posto, mi chiuderei una colonna. La donna rossa avrà sicuramente vita breve in quella posizione e sicuramente rappresenta un grave pericolo per tutta la smazzata!
Ecco allora che qualcosa che sembra semplice e diretto diventa una trappola per una carta a venire che non saprebbe dove andare. È curioso come in questo gioco ci si debba preoccupare da subito di avere quattro solide colonne su cui costruire, cercando di mantenerle bilanciate e tutte e quattro in vita: non bisogna avere fretta di creare un ordine facile e apparente, impilando tutte le risorse su una sola colonna che alla fine bloccherà tutte le altre carte sorelle.
Sembra facile!
Già da qui, si comincia a capire che il Solitario non è così semplice come sembra. E in effetti non lo è. Come in molte altre cose, non è difficile muovere le mani ma è difficilissimo ottenere i risultati sperati quando questi sono vincolati in una materia di cui non si conoscono perfettamente le leggi.
Proseguendo, possiamo accorgerci che si devono tenere nel mazzo il più a lungo possibile le carte piccole: sono rapidamente sistemabili, ma possono anche bloccare in caso di Asso “affogato”.
Io ad esempio non sposto una carta piccola prima di aver cercato nel mazzo gli assi con il primo giro: prima comincio a mettere un minimo di ordine nel piano di gioco! Solo allora mi concedo di mettere qualche altra carta, ma sempre se è utile a spostarun'altra da un mazzetto bloccato.
Anche ciò che può andare a posto subito, a volte invece è di ostacolo. Anche quando si è alla fine e sembra che tutto stia per venire è meglio non farsi illusioni: un solitario ha elevatissime probabilità di riuscita se ci sono solo due carte ancora coperte nei mazzetti, ma ricordo una volta in cui non sono riuscito a risolverne uno in tali condizioni; ci sono rimasto male.
Data l’esperienza precedente ero ormai sicuro che “due sole carte coperte” equivalente a “ce l’ho fatta” fosse ormai una specie di teorema, forse una congettura. Ma anche in tale frangente il solitario è stato maestro di vita.
Dunque provateci e giocatelo con attenzione, vi riserverà delle sorprese!
Dunque provateci e vivete con attenzione, avrete meno sorprese.
Intendo non uno di quei giochi bellissimi e difficili come Free Cell (fra quelli che conosco, quello che richiede più razionalità), ma bensì "Solitario", quello che ormai accompagna malinconicamente Windows fino dalle sue antiche edizioni 2.0, quello che si gioca per ammazzare il tempo!
Lo giocavo già da bambino e anche quando lo giocavo con le carte, fin da allora lo trovavo stupido, non capivo perché mai mia zia dicesse che era divertente; non trovavo assolutamente nessun gusto nel piazzare al loro posto le carte quando si scoprivano, per poi trovarti dopo due o tre giri di mazzo senza poter più fare alcunché ed avere così sprecato del tempo e delle speranze. Per molti anni l’ho giocato solo quando ero gravemente annoiato e al computer, cioè quasi mai.
Ma come tutte le cose che si imparano da bambini, dipende da come te le insegnano i grandi. In genere per essere alla portata di un bambino, ci vengono insegnate in un modo elementare; poi per tutta la vita siamo costretti a pensare che per risolvere quel tipo di problemi non abbiano altro modo di affrontarle se non quello con cui le abbiamo risolte allora.
Solitario oggi
Ebbene questo Solitario (che scriverò con la lettera maiuscola, perché è il nome con cui è noto dagli informatici anni ‘80) è diventato di recente per me fonte di sorpresa davvero notevole, ora, in età matura, da quando sto imparando a ridiscutere tutto i miei processi mentali ho trovato un nuovo modo di giocarlo e non solo, di alzare la possiblità di risolverlo, da un malinconico 10% dell’infanzia ad un 80-90% di oggi!
Il Caso ha voluto che sul palmare ci fosse il buon vecchio Solitario. In occasione di brevi spostamenti con i mezzi pubblici, mi è capitato di estrarre il mio palmare e di provare a giocarlo: in tali brevi spostamenti non trovavo il tempo per mettermi né a pensare a qualche progetto, né per studiare o leggere qualche pagina. Così impegnavo quei due o tre minuti.
Il Piano di Gioco è l’insieme disposto sul tappeto verde Il Mazzo è costituito dalle carte ancora da voltare I Mazzetti sono i gruppi di carte sul piano di gioco: coperti quelli ancora da voltare (ad ex. quello sotto il 4 di Picche) scoperti quelli su cui costruisco (ad ex ciò che verrà aggiunto sopra il Re di Quadri). Le Colonne sono i mazzetti scoperti che iniziano con un re o con un’altra carta, meglio se vicina al Re; verso la fine ce ne saranno due per i Re rossi e due per i Re neri, mentre durate il gioco saranno di più. Mossa è qualsiasi spostamento irreversibile, come spostare una carta dal mazzo, scoprire un Mazzetto coperto, etc. |
Lentamente, giocandoci, mi sono accorto che alcune mosse che erano per me scontate, in realtà erano ingannevolmente tali: erano solo mosse sbagliate. La facilità con cui si può procedere ad impilare le carte nei posti “legali” è il trabocchetto che è nascosto in questo gioco. Non è sufficiente il fatto che una carte possa essere giocata in un posto in cui può stare perché questa carta sia stata giocata correttamente. Quasi sempre infatti vale un principio molto importante: ogni carta del piano di gioco va posizionata solo quando e se serve.
Curioso! Esattamente l’opposto di come lo avevo sempre giocato.
I simboli della vita
Ogni carta è cioè uno strumento per risolvere il Solitario.
Ogni carta ha un momento piuttosto preciso per essere piazzata e posizionarla senza una ragione può significare occupare una posizione che impedirebbe di scoprire i mazzetti ancora coperti, metafora dell’ignoto che affrontiamo nella vita! Sì, perché mettere una carta del mazzo in una posizione che potrebbe essere usata per una carta che è ancora nei mazzetti coperti significa togliere una possibilità di voltare la successiva provocando una situazione di stallo. Bello!, “le cose facili possono facilmente provocare lo stallo”! Quanta saggezza c’è in questo gioco!
Anche l’ordine con cui si comincia a sistemare le carte quando la tavola è appena stata disposta è importante, ma questo è già più evidente: bisogna privilegiare sempre i mazzetti con il maggior numero di carte coperte. Ridurre la profondità dell'incognito!
Ci sono però dei limiti alla ferrea regola e sono dettati dalla logica. Quando le carte da scoprire sono ancora molte è importante procedere alla scoperta di tutto quello che è possibile, ma quando cominciamo ad avere ancora coperte solo una, due o al massimo tre carte e solo in qualche mazzetto, allora diventa più importante estendere al massimo il piano di gioco.
Cosa intendo?
Per poter facilitare la riuscita del Solitario ho bisogno di scoprire più carte possibile e per fare questo ho bisogno del maggior numero di basi presenti e attive possibili su cui costruire solide colonne. Proprio come nella vita!
Quindi quando ho ormai ridotto a non più di due o tre le carte residue coperte sui mazzetti, cerco di mantenere attive le colonne su cui costruire (come il dieci nero indipendente dal Re Rosso nel caso della figura), per cui è importante che io le mantenga indipendenti e non ceda alla tentazione di impilarle (come potrei fare con il Dieci sul Fante) se non c’è già in gioco l'altra colonna gemella. Se vi cedessi, l’apparente ordine, diverrebbe un collo di bottiglia!
Mi piace sempre di più!
Come in questo caso, se ho Re Donne e/o Fanti che soddisfano le quattro colonne su cui costruire, è bene mantenerli attivi. Se spostassi il dieci, sul fante solo perché c’è posto, mi chiuderei una colonna. La donna rossa avrà sicuramente vita breve in quella posizione e sicuramente rappresenta un grave pericolo per tutta la smazzata!
Ecco allora che qualcosa che sembra semplice e diretto diventa una trappola per una carta a venire che non saprebbe dove andare. È curioso come in questo gioco ci si debba preoccupare da subito di avere quattro solide colonne su cui costruire, cercando di mantenerle bilanciate e tutte e quattro in vita: non bisogna avere fretta di creare un ordine facile e apparente, impilando tutte le risorse su una sola colonna che alla fine bloccherà tutte le altre carte sorelle.
Sembra facile!
Già da qui, si comincia a capire che il Solitario non è così semplice come sembra. E in effetti non lo è. Come in molte altre cose, non è difficile muovere le mani ma è difficilissimo ottenere i risultati sperati quando questi sono vincolati in una materia di cui non si conoscono perfettamente le leggi.
Proseguendo, possiamo accorgerci che si devono tenere nel mazzo il più a lungo possibile le carte piccole: sono rapidamente sistemabili, ma possono anche bloccare in caso di Asso “affogato”.
Io ad esempio non sposto una carta piccola prima di aver cercato nel mazzo gli assi con il primo giro: prima comincio a mettere un minimo di ordine nel piano di gioco! Solo allora mi concedo di mettere qualche altra carta, ma sempre se è utile a spostarun'altra da un mazzetto bloccato.
Anche ciò che può andare a posto subito, a volte invece è di ostacolo. Anche quando si è alla fine e sembra che tutto stia per venire è meglio non farsi illusioni: un solitario ha elevatissime probabilità di riuscita se ci sono solo due carte ancora coperte nei mazzetti, ma ricordo una volta in cui non sono riuscito a risolverne uno in tali condizioni; ci sono rimasto male.
Data l’esperienza precedente ero ormai sicuro che “due sole carte coperte” equivalente a “ce l’ho fatta” fosse ormai una specie di teorema, forse una congettura. Ma anche in tale frangente il solitario è stato maestro di vita.
Dunque provateci e giocatelo con attenzione, vi riserverà delle sorprese!
Dunque provateci e vivete con attenzione, avrete meno sorprese.
Quando la morale è una cosa seria
(si riferisce ad un post datato 24/06/2002 su un altro sito)
Ovvero come rompo le palle a mio figlio per ogni inezia (e quel che è peggio: ho ragione).
Il discorso è nato qualche giorno fa, quando mio figlio si recò a casa del suo miglior amico per aiutarlo a studiare matematica - così almeno era la versione ufficiale e pure la loro seria intenzione - e rimanere poi a cena.e riprendere gli studi subito dopo.
Arrivato poco prima delle 7 di sera e trascorsa una mezzoretta di studio, come in ogni casa per bene, arrivò ora di cena, per cui si interromperono (o interruppero per i più schizzinosi). Dopo il meritato e famelico pasto (hanno 13-14 anni entrambi), la madre del compagno, malauguratamente, propose loro di andare a procurarsi un gelato prima di riprendere ad immergersi in equazioni e geometrie varie.
I due, ben felici di essere stati temporaneamente graziati, raggiunsero la gelateria preferita in soli 10 minuti: che sf…. era chiusa. Intervenne a questo punto il provvido cellulare. Telefonata a casa, al telefono rispose il padre del compagno di mio figlio, molto più accomodante della madre. Alla richiesta di potersi recare alla gelateria un po’ più lontana - che sicuramente era aperta - l’ignaro accordò il suo permesso e i due mariuoli, allegramente, andarono a recuperare il lontano e perciò ancor più squisito gelato.
Al ritorno: Apriti cielo. La madre incavolata come una biscia prende seri provvedimenti nei confronti del figlio per essersi attardato a zonzo per il paese. Tragedia, “ma con il papà…!”, “non mi importa nulla…”, “ma ho chiesto il perm….!”
Quando mi sono recato a recuperare il mio pargolo, abbiamo iniziato a discutere sulla cosa ed il giudizio di mio figlio era a favore del suo compagno in quanto, avendo loro ottenuto il permesso dal padre, erano in regola e non avevano disobbedito ad alcuno. Il mio giudizio invece non corrispondeva in nulla con il suo, ma fu arduo spiegargli le mie ragioni.
Il primo punto che mi premeva sottolineare poteva partire dalla loro stessa esperienza emotiva: gli chiesi se, nel momento in cui rispose il padre anziché la ben più severa madre, non avessero provato un senso di sollievo e non avessero pensato all’estensione dell’attimo di libertà come ad una cosa già conclusa. Com’è ovvio, mio figlio tergiversava e portava l’accento del discorso verso il permesso ottenuto, “quello era un fatto, e altre storie non ce n’erano…”.
Io insistetti: se avevano provato una sensazione di sollievo alla risposta del padre, voleva dire che già a priori sapevano di chiedere un’estensione non regolare di un permesso già straordinario, quindi a voler essere perfettamente onesti con sé stessi, l’estensione stessa era stata sicuramente estorta approfittando della buona fede.
Il secondo spunto mi serviva per spiegare lo stato di conflitto generato per trarre profitto da una situazione di equivoci. Utilizzare un detentore di potere (il padre) per ottenere un beneficio all’insaputa e contro il parere di un altro detentore di potere (la madre), in un primo momento può comportare un beneficio a causa delle lacune createsi. In un secondo tempo, quando i due detentori di potere arrivano ad una spiegazione, arriverà la reazione e la punizione proprio contro colui che ha approfittato del garbuglio creatosi. Immaginate: una sera d’inverno un uomo telefona ai Carabinieri, dando la propria posizione ed affermando di avere bisogno di soccorso poiché qualcuno gli sta sparando. I Carabinieri intervengono in difesa del malcapitato e sparano; poi scoprono che l’aggressore è la Polizia!
In effetti i due genitori furono entrambi d’accordo: il figlio aveva abusato della fiducia.
Il terzo punto, non meno importante degli altri rimarcava un fatto che era sfuggito ad entrambi: la ragione che li aveva indotti a trovarsi alle 7 di sera, cioè studiare ed aiutarsi reciprocamente. Se la chiusura della gelateria comportava un ritardo ulteriore all’attuazione dello scopo per il quale si erano ritrovati e quindi all’inizio degli studi, avrebbero dovuto loro stessi rinunciare ad estendere il loro momento di libertà Avrebbero dovuto compiere una rinuncia consapevole, che avrebbe permesso loro di guadagnare “punti fiducia” presso i genitori. Tale situazione avrebbe poi portato ad una riduzione del controllo: porco cane! se uno decide di limitare un proprio attimo di libertà per rispettare le regole alla fine ne otteniene di più! Vai a capire i genitori!!
La conclusione fu terribile: gli dissi che era giusto che si fossero comportati così, perché il tentativo di conquistare una fetta in più di libertà è sacrosanto, ma non bisogna mai mentire a sé stessi né perdere di vista le ragioni degli altri. Non si deve mai abusare della fiducia degli altri, ma soprattutto non bisogna mai perdere di vista lo scopo che ci si è prefisso.
Che noia!!!!!
Ovvero come rompo le palle a mio figlio per ogni inezia (e quel che è peggio: ho ragione).
Il discorso è nato qualche giorno fa, quando mio figlio si recò a casa del suo miglior amico per aiutarlo a studiare matematica - così almeno era la versione ufficiale e pure la loro seria intenzione - e rimanere poi a cena.e riprendere gli studi subito dopo.
Arrivato poco prima delle 7 di sera e trascorsa una mezzoretta di studio, come in ogni casa per bene, arrivò ora di cena, per cui si interromperono (o interruppero per i più schizzinosi). Dopo il meritato e famelico pasto (hanno 13-14 anni entrambi), la madre del compagno, malauguratamente, propose loro di andare a procurarsi un gelato prima di riprendere ad immergersi in equazioni e geometrie varie.
I due, ben felici di essere stati temporaneamente graziati, raggiunsero la gelateria preferita in soli 10 minuti: che sf…. era chiusa. Intervenne a questo punto il provvido cellulare. Telefonata a casa, al telefono rispose il padre del compagno di mio figlio, molto più accomodante della madre. Alla richiesta di potersi recare alla gelateria un po’ più lontana - che sicuramente era aperta - l’ignaro accordò il suo permesso e i due mariuoli, allegramente, andarono a recuperare il lontano e perciò ancor più squisito gelato.
Al ritorno: Apriti cielo. La madre incavolata come una biscia prende seri provvedimenti nei confronti del figlio per essersi attardato a zonzo per il paese. Tragedia, “ma con il papà…!”, “non mi importa nulla…”, “ma ho chiesto il perm….!”
Quando mi sono recato a recuperare il mio pargolo, abbiamo iniziato a discutere sulla cosa ed il giudizio di mio figlio era a favore del suo compagno in quanto, avendo loro ottenuto il permesso dal padre, erano in regola e non avevano disobbedito ad alcuno. Il mio giudizio invece non corrispondeva in nulla con il suo, ma fu arduo spiegargli le mie ragioni.
Il primo punto che mi premeva sottolineare poteva partire dalla loro stessa esperienza emotiva: gli chiesi se, nel momento in cui rispose il padre anziché la ben più severa madre, non avessero provato un senso di sollievo e non avessero pensato all’estensione dell’attimo di libertà come ad una cosa già conclusa. Com’è ovvio, mio figlio tergiversava e portava l’accento del discorso verso il permesso ottenuto, “quello era un fatto, e altre storie non ce n’erano…”.
Io insistetti: se avevano provato una sensazione di sollievo alla risposta del padre, voleva dire che già a priori sapevano di chiedere un’estensione non regolare di un permesso già straordinario, quindi a voler essere perfettamente onesti con sé stessi, l’estensione stessa era stata sicuramente estorta approfittando della buona fede.
Il secondo spunto mi serviva per spiegare lo stato di conflitto generato per trarre profitto da una situazione di equivoci. Utilizzare un detentore di potere (il padre) per ottenere un beneficio all’insaputa e contro il parere di un altro detentore di potere (la madre), in un primo momento può comportare un beneficio a causa delle lacune createsi. In un secondo tempo, quando i due detentori di potere arrivano ad una spiegazione, arriverà la reazione e la punizione proprio contro colui che ha approfittato del garbuglio creatosi. Immaginate: una sera d’inverno un uomo telefona ai Carabinieri, dando la propria posizione ed affermando di avere bisogno di soccorso poiché qualcuno gli sta sparando. I Carabinieri intervengono in difesa del malcapitato e sparano; poi scoprono che l’aggressore è la Polizia!
In effetti i due genitori furono entrambi d’accordo: il figlio aveva abusato della fiducia.
Il terzo punto, non meno importante degli altri rimarcava un fatto che era sfuggito ad entrambi: la ragione che li aveva indotti a trovarsi alle 7 di sera, cioè studiare ed aiutarsi reciprocamente. Se la chiusura della gelateria comportava un ritardo ulteriore all’attuazione dello scopo per il quale si erano ritrovati e quindi all’inizio degli studi, avrebbero dovuto loro stessi rinunciare ad estendere il loro momento di libertà Avrebbero dovuto compiere una rinuncia consapevole, che avrebbe permesso loro di guadagnare “punti fiducia” presso i genitori. Tale situazione avrebbe poi portato ad una riduzione del controllo: porco cane! se uno decide di limitare un proprio attimo di libertà per rispettare le regole alla fine ne otteniene di più! Vai a capire i genitori!!
La conclusione fu terribile: gli dissi che era giusto che si fossero comportati così, perché il tentativo di conquistare una fetta in più di libertà è sacrosanto, ma non bisogna mai mentire a sé stessi né perdere di vista le ragioni degli altri. Non si deve mai abusare della fiducia degli altri, ma soprattutto non bisogna mai perdere di vista lo scopo che ci si è prefisso.
Che noia!!!!!
Energeticamente autosufficiente?
Lo leggo ormai su tutti i giornali tutti i giorni e lo sentirei anche alla televisione se non vi avessi rinunciato nel 2006: “Energeticamente autosufficiente”.
È la nuova frontiera, l’aspirazione a cui tutte le persone che possono dirsi civili e intellettualmente preparate aspirano.
Ho giusto letto l’articolo di quella coppia di svedesi che si sono costruiti una casa tappezzata di pannelli solari, l’hanno coibentata con un materiale assolutamente innovativo, hanno usato vetri speciali fatti con bottiglie riciclate e non so quante altre cose, hanno persino un gatto a risparmi energetico, perché contribuisce a riscaldare con i suoi 20w al giorno. Una cosa/casa fantastica. Non hanno pensato all’eolico; ma forse in Svezia non c’è molto vento o forse gli organi meccanici potrebbero avere problemi con le basse temperature.
Eppure qualcosa in tutto questo non torna nella mia mente e se faccio una valutazione anche con quello che accade in Italia, continuo a credere che qualcosa non funzioni.
Anche io vorrei fare di casa mia un’entità autosufficiente energicamente: ci ho provato l’anno scorso con un orto biologico e tecnologico, per essere autosufficiente almeno alimentarmente. A parte l’ingente costo per l’acqua e per la struttura, le verdure che ne ho ottenuto sono state anche di qualità migliore rispetto a quelle comperate senz’altro più fresche e ho potuto vantarmene con i miei amici fanatici di bio-qualcosa: ho quindi in parte ho raggiunto il mio scopo.
Cosa non funzionava nel mio impianto orticolo? I costi di investimento e il costo per il mantenimento idrico dei vegetali! Se aggiungiamo poi il costo per la manodopera di un professionista (almeno in teoria) progettista, coach che vi si dedicava e quello delle delicate e rapaci mani della mia compagna che estirpavano con cura tutte le erbe infestanti, ecco che il prezzo degli ortaggi avrebbe potuto diventare irraggiungibile. Per fortuna essendo quasi senza lavoro la mia manodopera poteva venire prezzolata per valore zero come no ndi rado accade oggi anche ad altri: quindi posso escluderne il costo dal prezzo finale degli adorati ortaggi e rendere più vantaggioso il rapporto energetico del mio orto bio-qualcosa.
Partiamo da un’idea molto semplice: quanto costa?
Ok non è il prezzo quello che conta perché l’energia che si risparmia è importante. Allora il costo del manufatto - la casa a consumo energetico zero – è il giusto scotto da pagare all’efficienza tecnologica ed energetica per essere “Green”. Ma consideriamo che quando qualcosa ha un costo elevato, significa semplicemente che per la sua produzione, installazione manutenzione, garanzia, trasporto, studio di fattibilità, progettazione, realizzazione del manufatto, degli impianti di produzione, dello stabilimento, delle navi che lo hanno trasportato, dei camion che ce lo hanno portato, del corso di aggiornamento dell’installatore, della navigazione su Internet, dei nostri spostamenti per trovare la soluzione giusta, del tempo impiegato e delle calorie di cibo che abbiamo mangiato nel frattempo, hanno richiesto energia. Curiosamente possiamo valutare il costo di tale energia approssimativamente come il 75-80% o forse più del valore del manufatto stesso. Il resto è il margine economico utile di chi ce lo ha venduto e che verrà speso dai produttori della realizzazione per mangiare, per vestirsi, per muoversi, per viaggiare per comprare un’auto lussuosa con cui mostrare di essere persone di successo, etc. e cioè per spendere energia: in giusta quantità, quanto sarà il valore che potranno spendere, cioè quel 15-20% di utile sul nostro acquisto.
Ora, torniamo a bomba sul nostro problema. Se andiamo vagando qui e là per internet, possiamo trovare i piani economici di investimento con il tempo di break-even o ROI. Udite, udite: il ROI (Return Of Investment) teorico è di circa 10 anni!
Se per istallare un impianto che risparmia energia spendo una cifra che ammortizzerò in dieci anni, significa che ho immesso energia nel mio processo di produzione dell’energia ad un costo di partenza pari a dieci anni di energia stessa, distribuita in altre forme, ma comunque immessa.
Se poi facciamo bene i conti e andiamo a veder quei siti che parlano del piano economico e del ROI, scopriamo che gli investimenti sono fatti sulla resa teorica con manufatto nuovo. Ma, come ben sappiamo, tutte le opere dell’Uomo sono soggette a decadimento e quindi il ROI sarà più lungo se non addirittura eterno.
Se facciamo inoltre una considerazione che in una crisi economica come l’attuale, immobilizzare un capitale per avere un ROI di dieci anni (e già in molto lo abbiamo immobilizzato per venti con l’acquisto di case che non producono reddito ma solo benessere) è una follia, anzi di più: un crimine economico!
Se fossimo un’azienda seria e chiedessimo un prestito, non esisterebbe nessun ente creditizio che ci finanzierebbe un progetto industriale con un ROI di oltre tre o max. quattro anni. Perché noi invece ci adentriamo in un progetto a ROI 10 anni?
Allora ci possiamo accorgere che fare questo tipo di investimenti, oggi, con la necessità che c’è di disporre di liquidità per fare riprendere il mercato, siamo dei suicidi, che si vogliamo male e che non sappiamo come organizzare né pensare il nostro futuro.
Ma allora perché tutto questo interesse dei media e dello stato per le energie rinnovabili?
È una domanda che mi sono posto qualche tempo fa, ma me la sono posta assieme ad un’altra, perché il fotovoltaico Sì e l’eolico per molto tempo No; anzi tuttora, se ci sono scandali, essi riguardano l’eolico e non il fotovoltaico.
Beh, vi sembrerà strano ma l’unica risposta che mi sono saputo dare è questa, per costruire un impianto fotovoltaico occorrono tecnologie molto complesse e tali tecnologie sono sicuramente appannaggio solo di poche decine di aziende, in genere multinazionali. L’eolico invece può essere costruito anche da un cantinaro evoluto, come ce ne sono tanti.
Volete dire che ritorniamo al solito problema?
Per quanto riguarda il finanziamento da parte dei governi ci sono molte considerazioni da fare, alcune dal mio punto di vista valide, altre invece criticabili oppure opinabili, eccone alcune.
Partiamo da una semplice considerazione: il fotovoltaico e in generale la diffusione capillare dei sistemi energetici autonomi sul territorio è un modo con cui i governi centrali ridistribuiscono e restituiscono il problema dell’energia ai propri cittadini, riducendo la necessità di costruire sistemi centralizzati di produzione dell'energia che stanno diventando sempre più difficili da organizzare, finanziare e fare digerire come presenza sul territorio di chi lo deve ricevere (vale il famoso detto: “Yes I want it, but not in my backyard”), oltre a considerare che in Italia non è minimamente possibile pensare di progettare una grande opera che richieda più tempo della vita di uno o due governi: il successivo la smantellerebbe per questioni idio..logiche.
Dall’altra la riduzione della dipendenza dal petrolio è un fattore di libertà importante, ma che dobbiamo avere presente come elemento di costo: la libertà ha un costo!
C’è il fattore immobilizzo di capitale privato a favore di un‘industria e di un capitalismo pesante e questo è un fattore di cui tenere conto: vale la pena distogliere liquidità dal mercato per non produrre? D’altro canto le alternative centralizzate, come il nucleare sono incredibilmente impopolari, soprattutto in Italia.
Vorrei che fosse fatta da molti una riflessione proprio sulla questione del nucleare: forse in pochi si ricordano che tra i fondatori dei Verdi in Italia c’è stato Felice IPPOLITO, che tutti hanno rapidamente messo da parte e poi dimenticato per ciò che ha significato come animatore del CNEN nella prima parte della sua vita pubblica e per ciò che ha patito nella seconda parte sia da parte dei suoi nemici (vedi Wiki) e sia da parte di quelli che lui credeva essere i suoi alleati, sempre per la sua posizione filo-nucleare. Orbene Ippolito, anche ai tempi dei Verdi, era un fautore del nucleare e quando ci fu il referendum, lui si schierò a favore; curiosamente era l’unico esperto di nucleare tra i Verdi, l’unico che pur imbracciando un ideale di un mondo pulito, non avesse chiesto come vittima sacrificale la disponibilità dell’energia a costi contenuti derivante dal nucleare come hanno fatto gli altri suoi compagni: venne ovviamente messo subito in minoranza! EDF remercie!
Giusto per gli ambientalisti, per ritornare ad un punto già accennato:
In questo momento siamo sicuri di sapere quali tecnologie vengono usate per la produzione dei pannelli fotovoltaici, quant’è il contenuto energetico di ogni singola cella, quanta elettricità cioè è stata impiegata per la produzione dei cristalli e dei singoli pannelli? Qual è il vero costo energetico di questa tecnologia così amata e quanto comporta in termini ambientali? Le aziende che producono i pannelli fotovoltaici magari sono in nazioni dove il controllo sull’impatto ambientale non è così stretto come da noi. E poi quant'è la vita media di una cella e qual'è il declino del fattore di efficienza?
E per finire: perché se si fa una ricerca in Internet sull’eolico questo ha un impatto sull’opinione di molto inferiore a quello del fotovoltaico?
Forse per la questione degli uccelli migratori?
È la nuova frontiera, l’aspirazione a cui tutte le persone che possono dirsi civili e intellettualmente preparate aspirano.
Ho giusto letto l’articolo di quella coppia di svedesi che si sono costruiti una casa tappezzata di pannelli solari, l’hanno coibentata con un materiale assolutamente innovativo, hanno usato vetri speciali fatti con bottiglie riciclate e non so quante altre cose, hanno persino un gatto a risparmi energetico, perché contribuisce a riscaldare con i suoi 20w al giorno. Una cosa/casa fantastica. Non hanno pensato all’eolico; ma forse in Svezia non c’è molto vento o forse gli organi meccanici potrebbero avere problemi con le basse temperature.
Eppure qualcosa in tutto questo non torna nella mia mente e se faccio una valutazione anche con quello che accade in Italia, continuo a credere che qualcosa non funzioni.
Anche io vorrei fare di casa mia un’entità autosufficiente energicamente: ci ho provato l’anno scorso con un orto biologico e tecnologico, per essere autosufficiente almeno alimentarmente. A parte l’ingente costo per l’acqua e per la struttura, le verdure che ne ho ottenuto sono state anche di qualità migliore rispetto a quelle comperate senz’altro più fresche e ho potuto vantarmene con i miei amici fanatici di bio-qualcosa: ho quindi in parte ho raggiunto il mio scopo.
Cosa non funzionava nel mio impianto orticolo? I costi di investimento e il costo per il mantenimento idrico dei vegetali! Se aggiungiamo poi il costo per la manodopera di un professionista (almeno in teoria) progettista, coach che vi si dedicava e quello delle delicate e rapaci mani della mia compagna che estirpavano con cura tutte le erbe infestanti, ecco che il prezzo degli ortaggi avrebbe potuto diventare irraggiungibile. Per fortuna essendo quasi senza lavoro la mia manodopera poteva venire prezzolata per valore zero come no ndi rado accade oggi anche ad altri: quindi posso escluderne il costo dal prezzo finale degli adorati ortaggi e rendere più vantaggioso il rapporto energetico del mio orto bio-qualcosa.
La casa
Ma se torniamo al progetto della casa autosufficiente, possiamo fare una serie di valutazioni che partono dai termini di realizzazione pratica, per muoverci via via attraverso i vari meandri di ciò che noi siamo indotti a credere che sia l’”Energo Perpetuum”, la casa che sola sopravvivrà al diluvio prossimo venturo o alla prossima guerra totale.Partiamo da un’idea molto semplice: quanto costa?
Ok non è il prezzo quello che conta perché l’energia che si risparmia è importante. Allora il costo del manufatto - la casa a consumo energetico zero – è il giusto scotto da pagare all’efficienza tecnologica ed energetica per essere “Green”. Ma consideriamo che quando qualcosa ha un costo elevato, significa semplicemente che per la sua produzione, installazione manutenzione, garanzia, trasporto, studio di fattibilità, progettazione, realizzazione del manufatto, degli impianti di produzione, dello stabilimento, delle navi che lo hanno trasportato, dei camion che ce lo hanno portato, del corso di aggiornamento dell’installatore, della navigazione su Internet, dei nostri spostamenti per trovare la soluzione giusta, del tempo impiegato e delle calorie di cibo che abbiamo mangiato nel frattempo, hanno richiesto energia. Curiosamente possiamo valutare il costo di tale energia approssimativamente come il 75-80% o forse più del valore del manufatto stesso. Il resto è il margine economico utile di chi ce lo ha venduto e che verrà speso dai produttori della realizzazione per mangiare, per vestirsi, per muoversi, per viaggiare per comprare un’auto lussuosa con cui mostrare di essere persone di successo, etc. e cioè per spendere energia: in giusta quantità, quanto sarà il valore che potranno spendere, cioè quel 15-20% di utile sul nostro acquisto.
Ora, torniamo a bomba sul nostro problema. Se andiamo vagando qui e là per internet, possiamo trovare i piani economici di investimento con il tempo di break-even o ROI. Udite, udite: il ROI (Return Of Investment) teorico è di circa 10 anni!
Se per istallare un impianto che risparmia energia spendo una cifra che ammortizzerò in dieci anni, significa che ho immesso energia nel mio processo di produzione dell’energia ad un costo di partenza pari a dieci anni di energia stessa, distribuita in altre forme, ma comunque immessa.
Se poi facciamo bene i conti e andiamo a veder quei siti che parlano del piano economico e del ROI, scopriamo che gli investimenti sono fatti sulla resa teorica con manufatto nuovo. Ma, come ben sappiamo, tutte le opere dell’Uomo sono soggette a decadimento e quindi il ROI sarà più lungo se non addirittura eterno.
Se facciamo inoltre una considerazione che in una crisi economica come l’attuale, immobilizzare un capitale per avere un ROI di dieci anni (e già in molto lo abbiamo immobilizzato per venti con l’acquisto di case che non producono reddito ma solo benessere) è una follia, anzi di più: un crimine economico!
Se fossimo un’azienda seria e chiedessimo un prestito, non esisterebbe nessun ente creditizio che ci finanzierebbe un progetto industriale con un ROI di oltre tre o max. quattro anni. Perché noi invece ci adentriamo in un progetto a ROI 10 anni?
Allora ci possiamo accorgere che fare questo tipo di investimenti, oggi, con la necessità che c’è di disporre di liquidità per fare riprendere il mercato, siamo dei suicidi, che si vogliamo male e che non sappiamo come organizzare né pensare il nostro futuro.
Ma allora perché tutto questo interesse dei media e dello stato per le energie rinnovabili?
È una domanda che mi sono posto qualche tempo fa, ma me la sono posta assieme ad un’altra, perché il fotovoltaico Sì e l’eolico per molto tempo No; anzi tuttora, se ci sono scandali, essi riguardano l’eolico e non il fotovoltaico.
Beh, vi sembrerà strano ma l’unica risposta che mi sono saputo dare è questa, per costruire un impianto fotovoltaico occorrono tecnologie molto complesse e tali tecnologie sono sicuramente appannaggio solo di poche decine di aziende, in genere multinazionali. L’eolico invece può essere costruito anche da un cantinaro evoluto, come ce ne sono tanti.
Volete dire che ritorniamo al solito problema?
Cosa ci può essere dietro
Osserviamo la cosa con uno sguardo più esterno e più strategico:Per quanto riguarda il finanziamento da parte dei governi ci sono molte considerazioni da fare, alcune dal mio punto di vista valide, altre invece criticabili oppure opinabili, eccone alcune.
Partiamo da una semplice considerazione: il fotovoltaico e in generale la diffusione capillare dei sistemi energetici autonomi sul territorio è un modo con cui i governi centrali ridistribuiscono e restituiscono il problema dell’energia ai propri cittadini, riducendo la necessità di costruire sistemi centralizzati di produzione dell'energia che stanno diventando sempre più difficili da organizzare, finanziare e fare digerire come presenza sul territorio di chi lo deve ricevere (vale il famoso detto: “Yes I want it, but not in my backyard”), oltre a considerare che in Italia non è minimamente possibile pensare di progettare una grande opera che richieda più tempo della vita di uno o due governi: il successivo la smantellerebbe per questioni idio..logiche.
Dall’altra la riduzione della dipendenza dal petrolio è un fattore di libertà importante, ma che dobbiamo avere presente come elemento di costo: la libertà ha un costo!
C’è il fattore immobilizzo di capitale privato a favore di un‘industria e di un capitalismo pesante e questo è un fattore di cui tenere conto: vale la pena distogliere liquidità dal mercato per non produrre? D’altro canto le alternative centralizzate, come il nucleare sono incredibilmente impopolari, soprattutto in Italia.
Vorrei che fosse fatta da molti una riflessione proprio sulla questione del nucleare: forse in pochi si ricordano che tra i fondatori dei Verdi in Italia c’è stato Felice IPPOLITO, che tutti hanno rapidamente messo da parte e poi dimenticato per ciò che ha significato come animatore del CNEN nella prima parte della sua vita pubblica e per ciò che ha patito nella seconda parte sia da parte dei suoi nemici (vedi Wiki) e sia da parte di quelli che lui credeva essere i suoi alleati, sempre per la sua posizione filo-nucleare. Orbene Ippolito, anche ai tempi dei Verdi, era un fautore del nucleare e quando ci fu il referendum, lui si schierò a favore; curiosamente era l’unico esperto di nucleare tra i Verdi, l’unico che pur imbracciando un ideale di un mondo pulito, non avesse chiesto come vittima sacrificale la disponibilità dell’energia a costi contenuti derivante dal nucleare come hanno fatto gli altri suoi compagni: venne ovviamente messo subito in minoranza! EDF remercie!
Giusto per gli ambientalisti, per ritornare ad un punto già accennato:
In questo momento siamo sicuri di sapere quali tecnologie vengono usate per la produzione dei pannelli fotovoltaici, quant’è il contenuto energetico di ogni singola cella, quanta elettricità cioè è stata impiegata per la produzione dei cristalli e dei singoli pannelli? Qual è il vero costo energetico di questa tecnologia così amata e quanto comporta in termini ambientali? Le aziende che producono i pannelli fotovoltaici magari sono in nazioni dove il controllo sull’impatto ambientale non è così stretto come da noi. E poi quant'è la vita media di una cella e qual'è il declino del fattore di efficienza?
E per finire: perché se si fa una ricerca in Internet sull’eolico questo ha un impatto sull’opinione di molto inferiore a quello del fotovoltaico?
Forse per la questione degli uccelli migratori?
22 apr 2010
Considerazioni after Agorà, il film su Ipazia
Ieri ho avuto la fortuna di essere uno dei primi in Italia a vedere il film Agora di Amenabàr.
Non sto a citare la storia che è reperibile in molti siti; mi ha colpito invece la notevole distanza tra ciò che ho visto e ciò che invece sembra aver percepito il resto del pubblico.
La vicenda oltre a ruotare intorno alla figura di Ipazia, ruota intorno al gruppo dei Parabolani, una sorta di reietti, fanatici della religione di Cristo, appoggiati dal Vescovo Cirillo, probabilmente un antesignano dei vescovi-conti.
La reazione di chi ha guardato il film è stata l'associazione semplice e veloce tra il fanatismo religioso e la fine della civiltà, o meglio l'inizio della sua fine.
La cosa non mi aveva convinto, nemmeno a caldo.
La religione posta come origine del male non era il paradigma corretto. Il male era l'ignoranza, anzi il male era il fatto che ci fossero dei reietti che si fossero identificati sotto un credo alla ricerca di un'identità altrimenti non esistente. Il fatto di essere reietti produce il famoso fenomeno della torre assediata. Il pretesto di essere nel giusto poi è il motore di aggregazione e la sopraffazione per sopravvivere il legame e la scusa del proprio esistere. La definizione più corretta anziché reietti è forse "Randagi Umani".
I randagi come noto hanno due comportamenti antitetici, determinati solo dal fatto di sentirsi in massa critica o al disotto, se sono al di sotto della soglia di sicurezza sono miti e ringhianti pur di non avvicinarsi troppo, se sono al di sopra diventano feroci ed aggressivi e normalmente si nutrono con rabbia distruttiva di tutto ciò che non possono avere, deturpandolo e vanificandolo per renderlo almeno inferiore a loro.
Mi sono posto il problema: a chi dare la responsabilità di uno stato di vita emarginata come quella?
Ho avuto la ventura di scambiare due chiacchiere con U. Eco a proposito di questo film. Giustamente mi faceva notare che i Parabolani (non ho cercato ancora l'etimo, ma a senso credo che significhi emarginati) erano gente rozza e retrograda, ignorante e pericolosa. Mi va bene, il giudizio oggettivo è corretto, ho aggiunto in cuor mio che, con il Credo sempre sulla bocca, cercavano prima di ogni scelleratezza una ragione per permettersi di distruggere e insozzare con la loro ignoranza ciò che già avevano deciso di corrompere e distruggere: si trattava solo di trovare un elemento formale, nella religione che faceva da vessillo, per poter fare tacere il demone che li divorava. Una specie di bigotto che si confessa per prepararsi a peccare di nuovo, forse di più, dei Torquemada ante litteram. In effetti, non so se lo abbia fatto scientemente, il regista dipinge molto bene in molte scene la rabbia distruttiva e il rancore dei Parabolani verso gli "Aristoi", Parabolani alla ricerca di un frammento di verità dogmatica, sufficiente per ricavarne una scusante morale che in realtà diventava solo una scusante comportamentale.
A questo punto, se non è la religione la colpevole, ma essa risulta essere solo la bandiera scelta per compiere scelleratezze, a chi va la responsabilità dell'esistenza dei Parabolani? L'emarginazione è un problema non ancora risolto e che si ripreseta ciclicamente; se ci guariamo intorno vediamo che anche ai nostri giorni il fenomeno esiste ed è anzi in crescita.
Il disprezzo verso i Parabolani si sprecava nel pubblico. Ma se è facile porsi con disprezzo verso eventi del passato che ci sembrano così lontani da poterci permettere di essere fortemente discriminatorii, attribuendo al fanatismo (che sicuramente non era partrimonio personale per la gran parte degli spettatori) ciò che in realtà è solo del Randagismo Umano commettiamo un errore di valutazione verso l'ideologia/religione, dandole una colpa non sua e creando così i presupposti perché il problema di un Randagismo così pericoloso si ripeta venendo di nuovo interpretato come fenomeno culturale quando invece è un fenomeno sociale.
Noi dalla nostra posizione di auto-definenti intellettuali facilmente discriminiamo i Randagi Umani, che hanno un comportamenteo per noi assolutamente incomprensibile. Ma se li confrontiamo con noi, loro hanno una capacità di organizzarsi e di creare vincoli di fratellanza finalizzati alla sopravvivenza superiori ai nostri, anche se fatti a spese di ciò che loro percepiscono come ambiente/foresta dove nutrirsi predando e cioè fatti a spese dei gruppi sociali antagonisti preesistenti che loro percepiscono come qualcosa di assolutamente estraneo, forse né più né meno che un gregge di pecore (pericolose) da tosare o scannare.
L'atteggiamento dei "Randagi umani" è di auto escludersi da ciò che è bello. Il bello è peccato, il bello è impossibile, il bello può essere solo l'immagine del demonio che attrae e confonde; non è possibile per l'uomo (ciè il Randagio)creare il bello, il bello può distrarre e fare abbandonare il branco unica sicurezza. Ed anche se un volta si ha a disposizione il bello, come usarlo? Quando lo tocchi scappa/si rompe/si sporca/sei un ladro. Ecco tracciati alcuni pensieri possibili della gabbia di un Randagio Umano.
Oggi, che ci troviamo in una situazione che comincia ad essere fortemente permeata da fenomeni simili e il Randagismo Umano sta diventando un fenomeno percepibile con le aggressioni soprattutto ai danni delle donne, cosa stiamo cercando di fare per togliere l'assedio psichico che i Randagi Umani hanno costruito dentro e intorno a sé?
La domanda che mi pongo ha senso se viene accettato il modello sociale e se questo viene ben definito e arricchito di attributi. Il modello ideologico non funziona perché non c'è ideologia o se c'è è solo un vessillo.
Anche nella storia recente la visione scorretta del modello sociale, travisato nel modello ideologico ha prodotto dei giudizi scorretti. Gli atteggiamenti complessivi nei confronti delle situazioni che si sono create anche nel passato recente sono stati spesso se non sempre di lotta ideologica, ognuno ha imbracciato come arma l'ideologia opposta mentre questa era in realtà, ora come allora, solo un segno contraddistintivo del gruppo sociale di appartenenza. Tutt'altro invece è sempre stato il modello sociale all'origine di ciò (il gruppo non ha nulla a che fare con il ceto sociale di marxiana memoria, il gruppo è qualcosa che si crea per fattori contingenti magari continuati: un gruppo di sbandati dell'esercito, un gruppo di emigrati non integrati, qualsiasi situazione in cui ci siano maggiori garanzie di sopravvivenza che come singoli individui).
L'errata valutazione nello scegliere il modello ideologico invece del modello sociale annebbia la vista di chi compie l'analisi: usciamo infatti da un'epoca (attenzione che ho usato "usciamo") in cui l'ideologia ha pervaso anche la scelta di dove acquisto l'insalata. Non possiamo però permetterci il ripetersi dei medesimi errori che invece stanno emergendo inmodo drammatico. Non è ciò che l'uomo pensa a farlo agire male o bene. A farlo agire male o bene è il contesto sociale nel quali vive e che gli impone di fare scelte che possono essere diplomatiche se le condizioni lo permettono ovvero che siano aggressive nei confronti degli altri, vuoi per solitudine, per paura, per piaggeria o altro se la situazione è invece al limite della sopravvivienza, ma l'ideologia è solo un'espressione dell'identità del branco di Randagi Umani che si uniscono sotto di essa.
Il paradosso finale del passato è che le ideologie, quando i modelli sociali cambiano e le rendono superflue, diventano la scusa con la quale occultare i crimini più odiosi commessi, portati avanti solo per odio e per interesse. Se rintracciamo invece i modelli sociali che stanno sotto l'uso delle ideologie, possiamo più facilmente scoprire i problemi e le piaghe endemiche che possono tornare ad affliggere un popolo.
Un altro fattore che ho notato, che mi gira nella mente da un po' e che è stato un po' il perno della chiacchierata con U.E.: molte rivoluzioni dissennate sono state fatte all'insegna della negazione della tradizione e innalzando la ragione come unico giudice. Nel film, i Parabolani, per quanto parlassero costantemente di fede, in realtà parlavano con la poca ratio che possedevano e che suggeriva loro di essere nel giusto se e solo se (e questo dava loro l'autorità "divina") agivano nel nome di Dio/Cristo/Popolo/Proletariato/Patria/etc.
In tale contesto l'uomo, spesso in qualità di "Randagio Umano", si arroga improvvisamente il diritto di cancellare la tradizione, distruggendo tutto senza distinzione: lo abbiamo visto con le fasi più buie della rivoluzione Cinese e di quella Russa, con quella Francese, e in misura non minore con l'avvento della religione cristiana, che ha prodotto (o è stata compagna di...) non minori sconvolgimenti sociali economici e culturali rispetto alle più violente rivoluzioni che la storia ricordi. Ma spesso l'ideologia è stata solo la compagna di un gruppo di "Randagi Umani"
Non sto a citare la storia che è reperibile in molti siti; mi ha colpito invece la notevole distanza tra ciò che ho visto e ciò che invece sembra aver percepito il resto del pubblico.
La vicenda oltre a ruotare intorno alla figura di Ipazia, ruota intorno al gruppo dei Parabolani, una sorta di reietti, fanatici della religione di Cristo, appoggiati dal Vescovo Cirillo, probabilmente un antesignano dei vescovi-conti.
La reazione di chi ha guardato il film è stata l'associazione semplice e veloce tra il fanatismo religioso e la fine della civiltà, o meglio l'inizio della sua fine.
La cosa non mi aveva convinto, nemmeno a caldo.
La religione posta come origine del male non era il paradigma corretto. Il male era l'ignoranza, anzi il male era il fatto che ci fossero dei reietti che si fossero identificati sotto un credo alla ricerca di un'identità altrimenti non esistente. Il fatto di essere reietti produce il famoso fenomeno della torre assediata. Il pretesto di essere nel giusto poi è il motore di aggregazione e la sopraffazione per sopravvivere il legame e la scusa del proprio esistere. La definizione più corretta anziché reietti è forse "Randagi Umani".
I randagi come noto hanno due comportamenti antitetici, determinati solo dal fatto di sentirsi in massa critica o al disotto, se sono al di sotto della soglia di sicurezza sono miti e ringhianti pur di non avvicinarsi troppo, se sono al di sopra diventano feroci ed aggressivi e normalmente si nutrono con rabbia distruttiva di tutto ciò che non possono avere, deturpandolo e vanificandolo per renderlo almeno inferiore a loro.
Mi sono posto il problema: a chi dare la responsabilità di uno stato di vita emarginata come quella?
Ho avuto la ventura di scambiare due chiacchiere con U. Eco a proposito di questo film. Giustamente mi faceva notare che i Parabolani (non ho cercato ancora l'etimo, ma a senso credo che significhi emarginati) erano gente rozza e retrograda, ignorante e pericolosa. Mi va bene, il giudizio oggettivo è corretto, ho aggiunto in cuor mio che, con il Credo sempre sulla bocca, cercavano prima di ogni scelleratezza una ragione per permettersi di distruggere e insozzare con la loro ignoranza ciò che già avevano deciso di corrompere e distruggere: si trattava solo di trovare un elemento formale, nella religione che faceva da vessillo, per poter fare tacere il demone che li divorava. Una specie di bigotto che si confessa per prepararsi a peccare di nuovo, forse di più, dei Torquemada ante litteram. In effetti, non so se lo abbia fatto scientemente, il regista dipinge molto bene in molte scene la rabbia distruttiva e il rancore dei Parabolani verso gli "Aristoi", Parabolani alla ricerca di un frammento di verità dogmatica, sufficiente per ricavarne una scusante morale che in realtà diventava solo una scusante comportamentale.
A questo punto, se non è la religione la colpevole, ma essa risulta essere solo la bandiera scelta per compiere scelleratezze, a chi va la responsabilità dell'esistenza dei Parabolani? L'emarginazione è un problema non ancora risolto e che si ripreseta ciclicamente; se ci guariamo intorno vediamo che anche ai nostri giorni il fenomeno esiste ed è anzi in crescita.
Il disprezzo verso i Parabolani si sprecava nel pubblico. Ma se è facile porsi con disprezzo verso eventi del passato che ci sembrano così lontani da poterci permettere di essere fortemente discriminatorii, attribuendo al fanatismo (che sicuramente non era partrimonio personale per la gran parte degli spettatori) ciò che in realtà è solo del Randagismo Umano commettiamo un errore di valutazione verso l'ideologia/religione, dandole una colpa non sua e creando così i presupposti perché il problema di un Randagismo così pericoloso si ripeta venendo di nuovo interpretato come fenomeno culturale quando invece è un fenomeno sociale.
Noi dalla nostra posizione di auto-definenti intellettuali facilmente discriminiamo i Randagi Umani, che hanno un comportamenteo per noi assolutamente incomprensibile. Ma se li confrontiamo con noi, loro hanno una capacità di organizzarsi e di creare vincoli di fratellanza finalizzati alla sopravvivenza superiori ai nostri, anche se fatti a spese di ciò che loro percepiscono come ambiente/foresta dove nutrirsi predando e cioè fatti a spese dei gruppi sociali antagonisti preesistenti che loro percepiscono come qualcosa di assolutamente estraneo, forse né più né meno che un gregge di pecore (pericolose) da tosare o scannare.
L'atteggiamento dei "Randagi umani" è di auto escludersi da ciò che è bello. Il bello è peccato, il bello è impossibile, il bello può essere solo l'immagine del demonio che attrae e confonde; non è possibile per l'uomo (ciè il Randagio)creare il bello, il bello può distrarre e fare abbandonare il branco unica sicurezza. Ed anche se un volta si ha a disposizione il bello, come usarlo? Quando lo tocchi scappa/si rompe/si sporca/sei un ladro. Ecco tracciati alcuni pensieri possibili della gabbia di un Randagio Umano.
Oggi, che ci troviamo in una situazione che comincia ad essere fortemente permeata da fenomeni simili e il Randagismo Umano sta diventando un fenomeno percepibile con le aggressioni soprattutto ai danni delle donne, cosa stiamo cercando di fare per togliere l'assedio psichico che i Randagi Umani hanno costruito dentro e intorno a sé?
La domanda che mi pongo ha senso se viene accettato il modello sociale e se questo viene ben definito e arricchito di attributi. Il modello ideologico non funziona perché non c'è ideologia o se c'è è solo un vessillo.
Anche nella storia recente la visione scorretta del modello sociale, travisato nel modello ideologico ha prodotto dei giudizi scorretti. Gli atteggiamenti complessivi nei confronti delle situazioni che si sono create anche nel passato recente sono stati spesso se non sempre di lotta ideologica, ognuno ha imbracciato come arma l'ideologia opposta mentre questa era in realtà, ora come allora, solo un segno contraddistintivo del gruppo sociale di appartenenza. Tutt'altro invece è sempre stato il modello sociale all'origine di ciò (il gruppo non ha nulla a che fare con il ceto sociale di marxiana memoria, il gruppo è qualcosa che si crea per fattori contingenti magari continuati: un gruppo di sbandati dell'esercito, un gruppo di emigrati non integrati, qualsiasi situazione in cui ci siano maggiori garanzie di sopravvivenza che come singoli individui).
L'errata valutazione nello scegliere il modello ideologico invece del modello sociale annebbia la vista di chi compie l'analisi: usciamo infatti da un'epoca (attenzione che ho usato "usciamo") in cui l'ideologia ha pervaso anche la scelta di dove acquisto l'insalata. Non possiamo però permetterci il ripetersi dei medesimi errori che invece stanno emergendo inmodo drammatico. Non è ciò che l'uomo pensa a farlo agire male o bene. A farlo agire male o bene è il contesto sociale nel quali vive e che gli impone di fare scelte che possono essere diplomatiche se le condizioni lo permettono ovvero che siano aggressive nei confronti degli altri, vuoi per solitudine, per paura, per piaggeria o altro se la situazione è invece al limite della sopravvivienza, ma l'ideologia è solo un'espressione dell'identità del branco di Randagi Umani che si uniscono sotto di essa.
Il paradosso finale del passato è che le ideologie, quando i modelli sociali cambiano e le rendono superflue, diventano la scusa con la quale occultare i crimini più odiosi commessi, portati avanti solo per odio e per interesse. Se rintracciamo invece i modelli sociali che stanno sotto l'uso delle ideologie, possiamo più facilmente scoprire i problemi e le piaghe endemiche che possono tornare ad affliggere un popolo.
Un altro fattore che ho notato, che mi gira nella mente da un po' e che è stato un po' il perno della chiacchierata con U.E.: molte rivoluzioni dissennate sono state fatte all'insegna della negazione della tradizione e innalzando la ragione come unico giudice. Nel film, i Parabolani, per quanto parlassero costantemente di fede, in realtà parlavano con la poca ratio che possedevano e che suggeriva loro di essere nel giusto se e solo se (e questo dava loro l'autorità "divina") agivano nel nome di Dio/Cristo/Popolo/Proletariato/Patria/etc.
In tale contesto l'uomo, spesso in qualità di "Randagio Umano", si arroga improvvisamente il diritto di cancellare la tradizione, distruggendo tutto senza distinzione: lo abbiamo visto con le fasi più buie della rivoluzione Cinese e di quella Russa, con quella Francese, e in misura non minore con l'avvento della religione cristiana, che ha prodotto (o è stata compagna di...) non minori sconvolgimenti sociali economici e culturali rispetto alle più violente rivoluzioni che la storia ricordi. Ma spesso l'ideologia è stata solo la compagna di un gruppo di "Randagi Umani"
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