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Direi che il discorso fatto in difesa della integrazione di attori di etnie lontane da quelle originali delle fiabe è frutto del razionalismo degli ultimi anni, che cerca di trovare giustificazioni ad una manovra che non si capisce bene se è di marketing (completamente sbagliato) o di seduzione dello spettatore verso idee funzionali ad obiettivi prefissati di un qualche genere, senza volerne specificarne alcuno, visto che sono argomento di discussione quotidiano; prima cosa: qualsiasi aderenza alla realtà emozionale delle favole originali è andata completamente perduta, infatti gli ingredienti originali sono stati così stravolti che quindi è né più né meno che proporre nel menu di una trattoria, che uno si aspetta che sia tipica, una carbonara … MA… con gli spaghetti di soia, ciccioli di melanzane fritte e crema di avocado e mango “… per dare accoglienza NON DISCRIMINANTE ai vegani e persone con intolleranze alimentari”. Ciò che viene offerto è un piatto completamente diverso che non ha alcun diritto di fregiarsi del nome Spaghetti alla carbonara! E così dovrebbe essere anche per quelle rappresentazioni “originali”.
L’incoerenza di una posizione del genere è data dal fatto di voler alloggiare dentro un elemento di tradizione europea o nordica elementi totalmente estranei, per inclinazione affettiva, attitudine sociale, cultura, per non parlare delle cancellazioni addotte con ragioni che nemmeno sono state verificate con i diretti interessati (tanto per rimarcare un ulteriore aspetto di questa “cultura che racconta a sé stessa di essere inclusiva🥴).
La coerenza sarebbe stata invece proporre nelle sale cinematografiche film costruiti sulle tradizioni dei popoli che fino adesso NESSUNO (o raramente) ha voluto rappresentare. Perché oscurare le favole delle altre tradizioni? Sostituire i protagonisti per etnia allo scopo di affermare la solita usurata “correttezza” è comunque un atteggiamento che si dibatte in modo schizoide tra un suprematismo da “Padrone di casa” e l’auto flagellazione; se fosse stata messa in atto invece un’operazione che creasse spazi autonomamente gestiti che si occupassero dei racconti di altre etnie, questo sarebbe molto più inclusivo e educativo per tutti; in particolar modo si sarebbero potute conservare le tradizioni culturali di altre culture che per chi è lontano dalla propria terra sono oggi soggette ad estinzione e di sparire a causa della pervasiva colonizzazione culturale occidentale; infatti anche e proprio in ragione di operazioni di quel genere, la nostra finisce con l’inglobare i potenziali araldi degli altri popoli nei nostri schemi che sono loro estranei cancellando così il loro linguaggio etnico con la promessa di una visibilità e loro riscatto che in realtà si rivela essere niente altro che una omologazione ad un modello unico e comunque occidentale.